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La VOCE ANNO XXVI N°2

ottobre 2021

PAGINA 3         - 23

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segue da pag.22: sulla strada per knin, dopo la tempesta. trovavamo di media una persona, sempre anziana, ogni parecchi chilometri e in mezzo al nulla. ricordo una donna di 95 anni che dormiva nel garage accanto alla sua casa bruciata, sola e abbandonata a se stessa. tutti avevano problemi di approvvigionamento di acqua e cibo, perché durante l’operazione militare pozzi o cisterne dell’acqua potabile - perché in quella zona l’acquedotto non arrivava alle case - erano stati avvelenati oppure ci avevano buttato dentro le carcasse degli animali uccisi. queste persone rimaste dopo l’operazione oluja, sono state assistite? dopo l’operazione oluja gli aiuti venivano gestiti dalla croce rossa locale, quindi croata. una volta siamo entrati nella casa di un anziano, bloccato su una sedia a rotelle; per terra, vicino ai suoi piedi, c’era la carcassa di un maiale morto che emanava un odore spaventoso, e sul tavolo un pacco della croce rossa. abbiamo chiesto come mai non fosse stato portato via il cadavere del maiale, e lui ci ha risposto che la croce rossa non se ne occupava… tanti tra quegli anziani serbi sono morti non solo perché uccisi nelle settimane successive alla tempesta, ma anche perché non autonomi, senza cibo e acqua. le persone rimaste nei villaggi, al 99% anziani, non avevano nessun tipo di assistenza: gli aiuti erano scarsi e arrivavano una volta ogni tanto, mentre a molte di queste persone serviva un’assistenza, soprattutto medica, quotidiana. plavno 1996, volontari aiutano nella raccolta del fieno (archivio operazione colomba ). e così, nella zona e nei dintorni di plavno abbiamo deciso di occuparci di tutto. eravamo 3-4 persone fisse, ma ogni settimana arrivavano 6-7 anche 10 volontari tra cui alcuni medici, e il magazzino della nostra casa era diventato una farmacia molto fornita. mancava la corrente elettrica per cui si cucinava con la stufa a legna, e il grosso del lavoro era anche tagliare e distribuire legna. poi distribuivamo cibo e cure mediche. i casi più gravi li trasportavamo all’ospedale in città e purtroppo ci siamo occupati anche della sepoltura dei morti. tagliavamo l’erba per i pochi animali rimasti e ne compravamo di nuovi, aiutavamo le persone a rifare i documenti – jugoslavi, ormai inutilizzabili - a rintracciare i parenti fuggiti e a organizzare il loro ricongiungimento che avveniva sempre dalla croazia verso la serbia. infatti, anche dopo il ‘95 è proseguito l’esodo di popolazioni. ad esempio, nei sobborghi di kistanje, sempre in krajina, c’era un intero villaggio abbandonato. nel 1996 è stato occupato da croati del villaggio di janjovo in kosovo [che prima della guerra
contava 5mila abitanti, ad oggi solo 200, ndr], trasferito in toto lì. da un giorno all’altro, il villaggio si è animato di bambini, negozi, bancarelle di frutta e verdura e persino di un bar. avevano occupato le case dei serbi fuggiti o uccisi. un po’ come è successo a knin, che dopo il 1995 si è riempita di croato-bosniaci scappati dalla bosnia erzegovina, dalle zone di zenica, grabac, ma anche di prijedor e banja luka. quindi profughi croato-bosniaci fuggiti dalla bosnia? sì, e mi raccontavano, i pochi vecchi serbo-croati rimasti, che questi arrivati cercavano in altre case abbandonate ciò che era rimasto. intendiamoci, era una guerra tra poveri. questi profughi croati erano arrivati dalla bosnia senza assolutamente nulla, e le case che occupavano erano già state saccheggiate in modo organizzato il 5 agosto. la maggior parte andava nella case abbandonate in altre zone anche solo alla ricerca di un tavolo o di un letto, oppure di tutto ciò che poteva essere utile: le tegole, le finestre, i pavimenti e persino le prese elettriche. dalle carte processuali del tribunale dell’aja e da documenti di organizzazioni locali e internazionali, emerge che durante e dopo l’operazione oluja militari e paramilitari croati hanno perpetrato crimini di guerra su civili serbi. ad esempio l’eccidio di varivode del 28 settembre ‘95. hai conosciuto testimoni di quegli eventi? tra i villaggi che monitoravamo c’era anche varivode, rimasto quasi vuoto. la prima volta che ci siamo andati, in un gruppetto di case ai margini del villaggio abbiamo trovato un uomo che se ne stava da solo, al buio, seduto vicino alla stufa. aveva gli occhi allucinati, la barba e i capelli lunghi, i vestiti sudici su un corpo ormai solo ossa. non parlava. l’ho soprannominato geremia... forse perché mi ricordava un personaggio della bibbia. barbara, un’infermiera italiana che era con noi, gli ha trovato alcune costole rotte. geremia non mangiava da tempo per cui gli abbiamo preparato da mangiare, poi lo abbiamo lavato, vestito e portato all’ospedale. le uniche parole che ha pronunciato lì le ha rivolte a paglia, un altro volontario: “hai famiglia?”. siamo tornati il giorno dopo a fargli visita ma purtroppo geremia era morto, pare di polmonite. poi ci hanno detto che era stato testimone dell’uccisione di suo figlio, ammazzato davanti ai suoi occhi a varivode. hai conosciuto persone che hanno cercato, o stanno cercando ancora oggi, informazioni sui familiari scomparsi? a plavno si cercano ancora alcuni ragazzi, due in particolare figli di nikola, che il 4 agosto del 1995 hanno lasciato casa diretti sulla montagna alle spalle del paese. i loro corpi non sono mai stati trovati. sempre di plavno ricordo una famiglia, una delle poche serbe tornate dopo circa due anni dall'operazione tempesta in cerca del padre che era rimasto e che in quei giorni del ‘95 era scomparso. ho accompagnato la famiglia sulle montagne nei dintorni per cercare traccia del corpo, sebbene la figlia mi dicesse che era certa non si fosse allontanato perché camminava con difficoltà. ..segue ./.
Segue da Pag.22: Sulla strada per Knin, dopo la Tempesta

Trovavamo di media una persona, sempre anziana, ogni parecchi chilometri e in mezzo al nulla. Ricordo una donna di 95 anni che dormiva nel garage accanto alla sua casa bruciata, sola e abbandonata a se stessa. Tutti avevano problemi di approvvigionamento di acqua e cibo, perché durante l’operazione militare pozzi o cisterne dell’acqua potabile - perché in quella zona l’acquedotto non arrivava alle case - erano stati avvelenati oppure ci avevano buttato dentro le carcasse degli animali uccisi.

 

Queste persone rimaste dopo l’operazione Oluja, sono state assistite?

Dopo l’operazione Oluja gli aiuti venivano gestiti dalla Croce Rossa locale, quindi croata. Una volta siamo entrati nella casa di un anziano, bloccato su una sedia a rotelle; per terra, vicino ai suoi piedi, c’era la carcassa di un maiale morto che emanava un odore spaventoso, e sul tavolo un pacco della Croce Rossa. Abbiamo chiesto come mai non fosse stato portato via il cadavere del maiale, e lui ci ha risposto che la Croce Rossa non se ne occupava…

Tanti tra quegli anziani serbi sono morti non solo perché uccisi nelle settimane successive alla Tempesta, ma anche perché non autonomi, senza cibo e acqua. Le persone rimaste nei villaggi, al 99% anziani, non avevano nessun tipo di assistenza: gli aiuti erano scarsi e arrivavano una volta ogni tanto, mentre a molte di queste persone serviva un’assistenza, soprattutto medica, quotidiana.


Plavno 1996, volontari aiutano nella raccolta del fieno (Archivio Operazione Colomba )

E così, nella zona e nei dintorni di Plavno abbiamo deciso di occuparci di tutto. Eravamo 3-4 persone fisse, ma ogni settimana arrivavano 6-7 anche 10 volontari tra cui alcuni medici, e il magazzino della nostra casa era diventato una farmacia molto fornita. Mancava la corrente elettrica per cui si cucinava con la stufa a legna, e il grosso del lavoro era anche tagliare e distribuire legna. Poi distribuivamo cibo e cure mediche. I casi più gravi li trasportavamo all’ospedale in città e purtroppo ci siamo occupati anche della sepoltura dei morti. Tagliavamo l’erba per i pochi animali rimasti e ne compravamo di nuovi, aiutavamo le persone a rifare i documenti – jugoslavi, ormai inutilizzabili - a rintracciare i parenti fuggiti e a organizzare il loro ricongiungimento che avveniva sempre dalla Croazia verso la Serbia.

Infatti, anche dopo il ‘95 è proseguito l’esodo di popolazioni. Ad esempio, nei sobborghi di Kistanje, sempre in Krajina, c’era un intero villaggio abbandonato. Nel 1996 è stato occupato da croati del villaggio di Janjovo in Kosovo [che prima della guerra

contava 5mila abitanti, ad oggi solo 200, ndr], trasferito in toto lì. Da un giorno all’altro, il villaggio si è animato di bambini, negozi, bancarelle di frutta e verdura e persino di un bar. Avevano occupato le case dei serbi fuggiti o uccisi. Un po’ come è successo a Knin, che dopo il 1995 si è riempita di croato-bosniaci scappati dalla Bosnia Erzegovina, dalle zone di Zenica, Grabac, ma anche di Prijedor e Banja Luka.

 

Quindi profughi croato-bosniaci fuggiti dalla Bosnia?

Sì, e mi raccontavano, i pochi vecchi serbo-croati rimasti, che questi arrivati cercavano in altre case abbandonate ciò che era rimasto. Intendiamoci, era una guerra tra poveri. Questi profughi croati erano arrivati dalla Bosnia senza assolutamente nulla, e le case che occupavano erano già state saccheggiate in modo organizzato il 5 agosto. La maggior parte andava nella case abbandonate in altre zone anche solo alla ricerca di un tavolo o di un letto, oppure di tutto ciò che poteva essere utile: le tegole, le finestre, i pavimenti e persino le prese elettriche.

 

Dalle carte processuali del Tribunale dell’Aja e da documenti di organizzazioni locali e internazionali, emerge che durante e dopo l’operazione Oluja militari e paramilitari croati hanno perpetrato crimini di guerra su civili serbi. Ad esempio l’eccidio di Varivode del 28 settembre ‘95. Hai conosciuto testimoni di quegli eventi?

Tra i villaggi che monitoravamo c’era anche Varivode, rimasto quasi vuoto. La prima volta che ci siamo andati, in un gruppetto di case ai margini del villaggio abbiamo trovato un uomo che se ne stava da solo, al buio, seduto vicino alla stufa. Aveva gli occhi allucinati, la barba e i capelli lunghi, i vestiti sudici su un corpo ormai solo ossa. Non parlava. L’ho soprannominato Geremia... forse perché mi ricordava un personaggio della Bibbia.

Barbara, un’infermiera italiana che era con noi, gli ha trovato alcune costole rotte. Geremia non mangiava da tempo per cui gli abbiamo preparato da mangiare, poi lo abbiamo lavato, vestito e portato all’ospedale. Le uniche parole che ha pronunciato lì le ha rivolte a Paglia, un altro volontario: “Hai famiglia?”. Siamo tornati il giorno dopo a fargli visita ma purtroppo Geremia era morto, pare di polmonite. Poi ci hanno detto che era stato testimone dell’uccisione di suo figlio, ammazzato davanti ai suoi occhi a Varivode.

 

Hai conosciuto persone che hanno cercato, o stanno cercando ancora oggi, informazioni sui familiari scomparsi?

A Plavno si cercano ancora alcuni ragazzi, due in particolare figli di Nikola, che il 4 agosto del 1995 hanno lasciato casa diretti sulla montagna alle spalle del paese. I loro corpi non sono mai stati trovati. Sempre di Plavno ricordo una famiglia, una delle poche serbe tornate dopo circa due anni dall'Operazione Tempesta in cerca del padre che era rimasto e che in quei giorni del ‘95 era scomparso. Ho accompagnato la famiglia sulle montagne nei dintorni per cercare traccia del corpo, sebbene la figlia mi dicesse che era certa non si fosse allontanato perché camminava con difficoltà.

..segue ./.

  P R E C E D E N T E   

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