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La VOCE  ANNO  XIII   N° 8

APRILE  2011

PAGINA  c

CHE COS'E' L' "INTELLETTUARIATO"


La vera essenza del sistema economico capitalistico non risiede nell'innovazione e nella competizione scientifico-tecnologica. Questa è solo la visione propagandata dai capitalisti stessi, e non può essere assunta come valida in generale: tale descrizione vale solo nelle fasi di sviluppo (scientificamente, se non socialmente) virtuoso del capitalismo. In tali fasi i capitalisti competono tra di loro attraverso l'introduzione di nuove tecnologie per aumentare la produttività e al limite rimpiazzare il lavoro con i mezzi di produzione.

Oggi come oggi, invece, la fase dello sviluppo capitalistico è esattamente opposta: dalla sua attuale crisi di sovrapproduzione il capitalismo esce distruggendo le sue stesse forze produttive e tornando a sfruttare il lavoro vivo - cioè i lavoratori stessi, attraverso l'aumento del tempo di lavoro, la diminuzione dei salari ed altre misure riconducibili alle precedenti, come le delocalizzazioni - anziché il cosiddetto lavoro morto - cioè le macchine e le tecnologie.

Ecco perchè la produzione e riproduzione del sapere scientifico nei paesi a capitalismo avanzato è adesso per molti versi bloccata: la crisi delle università e degli Enti di Ricerca, assieme agli attacchi al mondo della scuola e della cultura, sono sintomi di una incipiente desertificazione dei luoghi della formazione delle forze produttive avanzate.

Siamo insomma nel "fuoco" della più classica tra le contraddizioni individuate da Marx: quella tra lo sviluppo delle forze produttive (riconoscibile nell'allargamento del bacino della manodopera altamente qualificata, reale e potenziale) da un lato, e la inadeguatezza dei rapporti di produzione esistenti dall'altro.

Ed è in atto un violento tentativo da parte delle classi dominanti di garantirsi la proprietà privata - e sempre più privata ed esclusiva, addirittura monopolistica - delle produzioni ad alto livello di know-how e della stessa (ri)produzione intellettuale, imponendo un generalizzato disinvestimento da tutti i luoghi in cui la conoscenza "minaccia" di estendersi socialmente.

Quel fenomeno che si riteneva paradossale e specifico del capitalismo nostrano, per cui nel settore privato per uno stesso impiego i curricola preferiti sono quelli più "brevi", sta diventando prassi e senso comune ed è oramai ricorrente anche in diversi contesti esteri. Fino a un paio di anni fa, pur degradandosi, i luoghi della formazione si moltiplicavano.

Sembrava di assistere ad una ristrutturazione sì tecnocratica, degenerativa e contestabile, dell'intero sistema, ma non certo a un suo rattrappimento. Era tutto un coro demagogico sulla "società della conoscenza", l'innovazione e la formazione continua: "andate e fate, un master dopo l'altro, uno stage dopo l'altro, vedrete che vi servirà".

Lo vediamo oggi a che cosa ci è servito. Nel 2011 la rilevanza sociale della contesa è palese: solo per quanto riguarda l'università sono in ballo i destini di 50mila ricercatori precari che vi lavorano,

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