SCIENZA FORUM.

Appello ai Ricercatori Scientifici.
Per saperne di più.
Istruzioni per l’uso.
Raccolta dei suggerimenti per restituire alla scienza una libera epistemologia.
Ogni valido commento sull'argomento è gradito!



Data: 17/12/2009
Commento di: Andrea Martocchia
Città: Bologna C.A.P.:
Sua Email:
Sito: http://www.gamadilavoce.it/lavoce/2010/gennaio/Madre/1.html
Università:
Suo Commento: Note in merito all’Appello agli addetti alla ricerca scientifica (A. Martocchia - articolo apparso sul numero di gennaio 2010 de LA VOCE del GAMADI)

Gli interventi che ho ricevuto via email in questi giorni in merito ai contenuti dell’Appello dimostrano che con la sua proposta Roberto Gessi ha colto nel segno. Ho ricevuto tra l’altro dimostrazioni di interesse e richieste da parte di noti intellettuali marxisti che ricevono le comunicazioni email del GAMADI pur senza essere soci. L’Appello scoperchia infatti un pentolone di questioni poderose, perciò c’è bisogno di tutto il tempo e la pazienza possibili per chiarire tali questioni, innanzitutto a noi stessi, e per concretizzare le nostre deduzioni con iniziative nel medio e lungo termine. La stessa proposta di creare "un forum di discussione" va ragionata attentamente, perchè si possono creare tanti tipi diversi di "forum" e le "discussioni" da iniziare sono molteplici.

Entro nel merito dell’Appello per alcune considerazioni.
Sul carattere "liberatorio" o addirittura "libero" della scienza esistono "a sinistra" idee molto diverse - e confuse. Con il riflusso, dominato dalle tendenze "neomarxiste" e da un certo tipo di ambientalismo, si sono affermate posizioni antiscientifiche e "luddiste". Per quanto possa sembrare paradossale, tali posizioni sono molto diffuse anche nell’ambito accademico e dei ricercatori scientifici, e moltissimo nel movimento studentesco che purtroppo subisce la nefasta influenza di correnti di pensiero "debole", di fatto antimarxiste e reazionarie. Purtroppo lo stesso Comitato Scienziati/e contro la guerra - una esperienza molto interessante, sorta nel corso dei bombardamenti sulla Jugoslavia del 1999 - è naufragato, tra l’altro, a causa della diversissima concezione della "scienza" tra i suoi componenti: alcuni negavano non solo il carattere potenzialmente emancipatorio e progressivo dello sviluppo scientifico-tecnologico (tanto da assumere anche esplicitamente le posizioni anti-sviluppo di certi pensatori che vanno ancora abbastanza di moda), ma negavano persino la specificità emancipatoria e critica, "rivoluzionaria", della epistemologia "galileiana", cioè del metodo scientifico contemporaneo (qualora esso fosse correttamente e pienamente applicato). Dobbiamo quindi essere coscienti che su questo terreno della difesa della scienza - come su molti altri, purtroppo - troviamo e troveremo molti oppositori e incomprensione.

Per quanto riguarda l’autonomia dello scienziato di fronte al potere, questo è un tema enorme, esemplificato di solito con la notissima vicenda di Galileo Galilei. Andare alla ricerca di tale autonomia oggi non significa certo ritornare a inesistenti "bei tempi che furono", quanto piuttosto riconoscere il passaggio che c’è stato dalla figura di scienziato come artigiano di bottega, inventore, dunque lui stesso "imprenditore", e l’attuale scienziato come parte, minuscola ed iperspecializzata, della divisione del lavoro capitalistica, non più lavoratore autonomo quindi ma lavoratore salariato, e molto spesso anche lui proletario!

Del tutto particolare era infatti la condizione sociale di Galileo - esponente di una nuova classe sociale in piena ascesa, ben diversa da quelle dominanti fino ad allora (clero e aristocrazia) e non ancora parte di una "catena di montaggio capitalistica" del lavoro scientifico. Scrivevo su questa stessa rubrica, nel numero di Ottobre 2009:

"Con Galileo è finalmente la borghesia ad assumere il ruolo di avanguardia nella produzione di conoscenza.
Il padre di Galileo era un musicista, che si guadagnava da vivere anche con il commercio della lana; sua madre vantava invece lontani legami con famiglie della nobiltà « papalina » romana, e si lamentava in continuazione per la mancanza di un tenore di vita più elevato, adeguato al suo « lignaggio ». (...) In Galileo riconosciamo perciò quella aspirazione alla affermazione di sè che è tipica della borghesia moderna e dello spirito di cui essa è portatrice.
(...) La scelta di usare la "lingua volgare" non fu casuale ma ebbe anch’essa un significato sociale e politico: denota la precisa volontà di rivolgersi non solo ai dotti astronomi ed intellettuali, ma anche alle classi meno colte, a quelli che non conoscevano il latino ma che potevano comunque comprendere queste teorie. L’uso del volgare quindi, coerente con l’intento divulgativo dell’opera, delinea una forte rottura con la tradizione precedente.
Galilei fu dunque promotore del suo stesso lavoro, sia sotto l’aspetto della notorietà che sotto l’aspetto economico. Inoltre, il suo carattere spregiudicato gli rese particolarmente difficile il suo rapporto con le autorità costituite."

Anche rispetto alla questione strettamente epistemologica, l’esempio di Galileo è quello più importante e fecondo. La scienza moderna è quella "galileiana", definita cioè dal suo metodo - quello sperimentale. Questa scienza per sua stessa natura deve essere critica, cioè deve essere libera di mettere in discussione qualsiasi principio di autorità. Le teorie ed i modelli devono rispondere sempre e soltanto alla "prova dei fatti" - l’esperimento e l’osservazione. Così almeno dovrebbe essere, e così in gran parte è stato perlomeno laddove la scienza moderna ha veramente consentito enormi passi in avanti del sapere umano e della condizione umana.

Su quest’ultimo punto rimando anche al mio intervento "La Rivoluzione Galileiana" all’interno del nostro libro "Materialismo dialettico e conoscenza della Natura".
Sulla natura del metodo galileiano possiamo d’altronde richiamarci ad altri teorici importanti, al di là delle concezioni di Marx: ad esempio al grande Ludovico Geymonat. Certamente, Marx aveva una concezione assolutamente positiva della scienza moderna, ma ne vide subito anche il carattere "alienato" nel contesto del sistema capitalistico. D’altronde il marxismo - per essere precisi: il materialismo storico e dialettico di Marx e di Engels - nacque come "scienza tra le scienze" poichè Marx ed Engels condividevano l’ottimismo verso scienza e tecnologia che era diffuso nel periodo del Positivismo. E tuttavia, Marx si dedicò essenzialmente allo studio -scientifico- dei rapporti nella società umana, cioè all’economia, mentre fu Engels a tentare la più compiuta elaborazione di una teoria scientifica complessiva quale è il Materialismo Dialettico, che vuole interpretare non solo la società umana ed i rapporti tra le classi, ma la Natura intera.

Per concludere, credo che la prima finalità dell’Appello debba essere quella di invitare ad una riflessione sulla condizione sociale della scienza e degli scienziati oggi. Questa riflessione è urgentissima e sarebbe indispensabile per fornire "gambe" al movimento che, non solo in Italia, si batte contro gli attacchi e contro la privatizzazione delle Università e degli Enti di Ricerca. Se riusciremo a trovare un certo numero di "addetti ai lavori" - che siano ricercatori, accademici o semplici studenti non credo che importi - disposti a condividere queste nostre esigenze si potrà fare una lunga ed importante strada insieme a loro.


Data: 17/12/2009
Commento di: Roberto Gessi
Città: Bologna C.A.P.: 40139
Sua Email: r.gessi@tiscali.it
Sito: http://www.gamadilavoce.it/scienza/forum.html
Università:
Suo Commento: Risposta alla 17/12/2009 di Andrea Martocchia.
Ho molto apprezzato in tuo commento.
In primo luogo apprezzo le tue osservazioni riguardo il "contenitore" che abbiamo pubblicato e quindi propongo che sia sufficiente che una persona interessata invii una email motivata (a uno di noi, vedremo poi come) per avere la possibilità di aprire un nuovo argomento del forum o della discussione.
Inoltre, considero validissime le tue osservazioni riguardo i rischi di ricadere nel pensiero debole, nell’ecologismo verde, nei riflussi bucolici, o in altre amenità simili più o meno di moda. Di ben altro vogliamo trattare noi qui e siccome siamo noi a condurre il forum, sarà bene che si crei un comitato ristretto responsabile del forum, che decida quali interventi lasciare e quali togliere.
Ho apprezzato anche i bei riferimenti che hai citato riguardo il lavoro di Galileo, ma secondo me qui non ci possiamo mettere a discutere tra sostenitori e denigratori del metodo scientifico galileiano, in quanto noi ne siamo tutti sostenitori e non ci interessa neppure conoscere opinioni mistificanti.
Anche la questione del linguaggio è estremamente interessante e significativa; io stesso ne faccio un accenno alla prefazione de "L’origine della famiglia della proprietà privata e dello stato", dove dico che Marx e Engels, con illustri precursori e altrettanto validi posteri, hanno svolto un’operazione di ricostruzione epistemologica della scienza rendendola più idonea a descrivere la realtà, ma appunto questo nostro appello non vuole occuparsi del metodo della ricerca, ma piuttosto, a mio avviso della finalità, ossia della progressiva perdita della finalità rivoluzionaria della scienza. Voglio chiarire meglio questo pensiero che era centrale nel mio appello: siamo ormai abituati a considerare rivoluzionarie le scoperte scientifiche che fanno fare giganteschi passi in avanti alla conoscenza, quando invece anche le più grandi scoperte scientifiche possono non avere proprio niente di rivoluzionario in quanto lasciano tali e quali le classi sociali o addirittura ampliano il divario tra i Paesi più poveri e i Paesi più ricchi (sia un esempio per tutti la scoperta di farmaci che ritardano le sintomatologie dell’AIDS e l’impossibilità del Continente africano di poterli utilizzare), mentre potrebbero esserci anche ricerche e scoperte di minor rilievo, diciamo scientifico, che siano invece rivoluzionarie in tale accezione: questo è il primo punto attorno al quale sarebbero a mio avviso da centrare le discussioni che vuole sollevare il nostro appello.
L’altro punto, che hai giustamente sollevato anche tu, è quello della situazione dello scienziato attuale riguardo il potere, oggi rappresentato dalla politica o più precisamente del capitalismo multinazionale. Cioè io credo che il secondo tema della discussione da sollevare con questo appello debba riguardare le forme o le modalità per contrastare anche in minima parte la dipendenza dell’orientamento scientifico dagli interessi delle multinazionali e un avvicinamento agli interessi delle persone, cioè come dicevo nell’appello, l'auspicio di riappropriarsi di una scienza destinata ad una gestione polverizzata (due esempi potrebbero essere l'algebra del persiano Muhammad, o il teorema di Carnot). Questo è il solo percorso individuato nel mio appello che potrebbe consentire ai ricercatori di rendersi un poco più indipendenti dai poteri forti di questo capitalismo esasperato.


Data: 19/12/2009
Commento di: Miriam
Città: Ciampino C.A.P.: 00043
Sua Email: gamadilavoce@aliceposta.it
Sito:
Università:
Suo Commento: In veste di presidente del G.A.MA.DI. e di fondatrice insieme a Spartaco Ferri,di questa prestigiosa organizzazione, mi congratulo con Andrea Martocchia e con Roberto Gessi per i loro rispettivi interventi. Nei vostri testi si coglie l’ essenza stessa del G.A.Ma.DI.: diffondere i principi della scienza dimostrata, vera affermazione della volontà e della capacità dell’ uomo di migliorare le proprie condizioni di vita tenendo sempre presente che l’ uomo é parte integrante della natura e che quindi egli ha il dovere morale e sociale di muoversi, ricercare, sperimentare oltre al servizio di TUTTA l’ umanità, anche in armonia con essa, pur laddove deve dominarne talune sporadiche o periodiche manifestazioni avverse alla nostra vita. E’ nostro parere che il dibattito da Roberto proposto sia di grande valore etico, scientifico e culturale. Proponiamo che la conoscenza di questo appello venga riproposta in migliaia di volantini da far pervenire a tutti gli atenei e a tutti i Centri di ricerca scientifica. Forse Internet non é sufficiente. Pensiamo sia giusto creare una commissione apposita per il filtro di interventi che fossero dispersivi o non idonei al nostro proponimento. Non crediamo sia giusto inserire i nostri nomi nella Commissione, come propone gentilmente Roberto, ma se proprio ritenete nedessario coinvolgerci in qualche modo, potremmo Spartaco ed io essere i garanti dell’ avvenimento. Ricordando che anni orsono in un concorso da noi indetto sulla "Dialettica della natura " di Engels, il primo premio é stato dato ad u allievo di terza liceo scientifico "Democrito" di Casal Palocco Roma, proponiamo che il volantino venga inviato anche ai docenti e alle ultime classi dei licei. Concordando come già detto sulle voste analisi, per ora ci fermiamo qui in attesa di altri interventi.


Data: 02/02/2010
Commento di: Vincenzo Brandi
Città: Roma C.A.P.: 00189
Sua Email: brandienzo@libero.it
Sito:
Università: ex ricercatore ENEA in pensione
Suo Commento: Non vi possono essere dubbi sugli effetti potenzialmente e tendenzialmente positivi della ricerca scientifica, sia con riferimento ad una conoscenza sempre più approfondita della realtà che ci circonda, con la rimozione di dogmi e pregiudizi, sia con riguardo ad un possibile aumento generalizzato della qualità della vita per mezzo delle ricadute tecnologiche delle conoscenze scientifiche: cioè, innanzitutto, la liberazione definitiva dell’umanità dalla fatica, la fame e la malattia.
Tuttavia è sempre presente il pericolo del determinarsi di condizioni storiche sfavorevoli ad uno sviluppo del sapere scientifico e di un uso corretto dei suoi risultati. Ne è testimonianza la crisi della grande stagione della scienza ellenistica (fiorita soprattutto tra il III ed il I secolo A.C.), le cui basi filosofiche erano state gettate dalla filosofia razionalista della Grecia classica, con i suoi spiccati interessi per i fenomeni naturalistici.
Le notevoli conquiste teoriche e tecnologiche degli scienziati ellenistici non potevano però interessare una società basata sul lavoro degli schiavi e caratterizzata dall’aggressivo imperialismo militarista romano. La società antica rifluì quindi verso culti irrazionalistici, falsamente salvifici, quali quelli di Iside o Mitra, fino allo stesso Cristianesimo.
La spettacolare ripresa della scienza moderna, da Copernico e Galilei fino a Darwin, Einstein e la fisica quantistica, con il suo rigoroso ricorso alla verifica sperimentale, ed all’uso sistematico di schemi logici e modelli logico-matematici, ha coinciso con l’affacciarsi alla ribalta della storia di una nuova classe rivoluzionaria. la moderna borghesia capitalista ha saputo utilizzare magistralmente le risorse teoriche e pratiche della scienza, frantumando sia i dogmi medioevali che le vecchie strutture aristocratico-feudali.
Oggi, però, la progressiva privatizzazione della ricerca, la diminuzione sostanziale dei finanziamenti alla ricerca pubblica, la precarizzazione e parcellizzazione degli addetti alla ricerca, sono il sintomo ed insieme una concausa di un nuovo vicolo cieco in cui la ricerca rischia di finire. Il fatto è che l’addetto alla ricerca, ricattato anche dalla necessità di finanziamenti che obbediscono a particolari interessi, è sempre più prigioniero della contraddizione di base dell’economia capitalista matura, in cui diviene sempre più pressante la richiesta di prodotti culturali o tecnologici che abbiano un alto \"valore di scambio\" (per usare una sempre attuale espressione di Marx). In altre parole, i prodotti della ricerca dovrebbero possedere un alto valore di mercato per assicurare che i tassi di profitto si mantengano alti.
Questa finalità, indispensabile alla crescita del capitale ed agli apparati statali al suo servizio, spingono il ricercatore ad indirizzare la ricerca verso ricadute costose e di dubbia utilità sociale, se non addirittura dannose (nuovi brevetti OGM e medicinali costosi ed esclusivi, apparecchiature elettroniche costose ma di dubbia utilità, tecnologie energetiche inquinanti, nuove armi sofisticate, ecc.).
Ma, con l’entrata del ciclo capitalistico in una crisi strutturale di sovrapproduzione (nel senso che i prodotti tecnologici permettono tassi di profitto sempre meno allettanti, determinando cali drammatici nel tasso di profitto medio del settore), si è determinta una situazione ancora più preoccupante per un sano sviluppo scientifico. Ormai da anni i capitali vengono sempre più indirizzati verso la speculazione finanziaria, e non più verso l’innovazione come nella fase di ascesa della borghesia capitalista. Possiamo assistere a spettacoli indecenti di valenti matematici che dedicano il loro talento alla creazione di prodotti-spazzatura da immettere sui mercati finanziari, fino all’esplosione della prossima bolla.
E’ possibile o utopistico che in questa fase singoli gruppi o settori di addetti alla ricerca, nell’ambito di una corretta etica scientifica, riescano a puntare su conoscenze e tecnologie dotate di alto \"valore d’uso\" (sempre per usare una nota espressione di Marx), ovvero caratterizzate da un’alta utilità sociale, e immediatamente fruibili dall’umanità?
Su questa indicazione, che sembra emergere tra le righe dell’appello del Comitato Scientifico del GAMADI, mi permetto di fornire un parere ispirato al realismo: il moderno lavoratore della ricerca precarizzato e parcellizato potrà dare il proprio contributo specifico e qualitativamente elevato per un rilancio della ricerca e della scienza nell’ambito di un nuovo auspicabile processo di radicale trasformazione sociale, in cui possa contare sulla collaborazione dell’intero mondo del lavoro.
Roma 1.2.2010




Data: 04/02/2010
Commento di: Roberto Gessi
Città: Bologna C.A.P.: 40139
Sua Email: r.gessi@tiscali.it
Sito: http://www.gamadilavoce.it/scienza/forum.html
Università:
Suo Commento: Caro Brandi, innanzitutto dal tuo intervento non si capisce che tu sei il Direttore del Comitato Scientifico del nostro periodico LA VOCE (forse non lo dovevi dire tu) e ci tengo che chi ti legge, lo sappia.
Non è perché io mi senta la responsabilità, come promotore dell’appello, di rispondere ad ogni osservazione che compaia sul forum, ma anche come semplice commentatore (e semplice lo sono rispetto ad interventi invece scientificamente autorevoli), per stimolare il ragionamento (anche al nostro interno come giustamente, a mio avviso, auspica Andrea), nel condividere l’impianto generale della tua analisi, trovo un poco sbrigativa la conclusione.
Ti avvali di questa categoria del realismo, peraltro spesso erroneamente accusata di pessimismo strisciante, ma che comunque risale alla Scolastica (anni luce da Mark e Helgels), che non ha avuto poi migliori epigoni nel tardo medioevo, quando invero si contrappone all’idealismo, ma nella linea della tradizione platonica, oppure si divide in moderato, di ispirazione opposta, aristotelica (Tommaso d’Aquino), e realismo estremo, che molti considerano addirittura del tutto equivalente all’idealismo. Nella filosofia contemporanea poi gli epigoni del realismo si sono di molto assottigliati, se escludiamo Popper, che però è borderline rispetto a tutte le correnti del realismo precedente, in quanto arriva ad affermare che la realtà è ipotetica e che quindi il nostro approccio nei confronti della realtà deve essere costantemente critico. Neppure il neo risorto pragmatismo si può considerare un vero epigono del realismo, ed a pensarci è anche meglio se si pensa alla contrapposizione con Wittgenstein e quindi con Russel, Peano e Frege. Insomma, a mio modesto avviso, appellarsi al realismo per avvalorare una propria sintesi di giudizio non solo è molto rischioso e in fondo ambiguo per tutti i significati, anche contrapposti, che ha storicamente assunti il realismo, ma anche per la sua accezione moderna o contemporanea, in cui oltre alle varie correnti già conosciute, si è ora risvegliata anche una corrente di realismo chiamato ingenuo, detto anche diretto, o naif o naturale, lontano anch’esso anni luce da Marx e Engels.
Al contrario, del tuo giudizio tranchant alla luce del realismo, che sembra voler porre una pesante pietra tombale sul nostro appello agli uomini di scienza riproponendo la questione dell’uovo e della gallina, ma rovesciato (senza una radicale trasformazione sociale, niente fruibilità polverizzata della scienza, e allo stesso tempo un attuale orientamento della scienza che diventa sempre più quanto di meno vicino a produrre una radicale trasformazione sociale si possa immaginare), mi permetto riprodurre una tua precedente affermazione, basata sul materialismo dialettico (non sul realismo):<<*Un secondo aspetto è quello strettamente \"epistemologico\" della scienza. Nell’ambito delle attività intellettuali umane, con la nascita del metodo scientifico, ovvero della ricerca razionale e critica della realtà, basata sul riscontro sperimentale, è nato un potente strumento eversivo delle concezioni arcaiche e sbagliate, uno strumento che ha caratteristiche e potenzialità realmente rivoluzionarie, anche in campo sociale. >>; infatti così esprimendoti mostravi di concordare perfettamente con la mia analisi, peraltro documentata dagli specifici passi del Capitale, riguardo quella sorta di speranza riposta da Marx nella coscienza dello scienziato per l’uscita, che non passi attraverso la rivoluzione delle masse lavoratrici, dal sistema di una società capitalistica; con ciò inoltre soprattutto si ripropone il dilemma di cui sopra, ma con doppia soluzione, invece che con doppia negazione: che ci sia prima l’uovo o la gallina, ci saranno sicuramente altre uova e altre galline. Infine, per aggiungere una ulteriore nota di auspici favorevoli non posso che aggiungere che anche il marxismo, oltre che rappresentare l’ultima parola di un qualche interesse nella filosofia sociale, è una scienza.

*LA VOCE, Gennaio 2010, Inserto scienza, Pag.1, secondo capoverso.





Data: 24/05/2017
Commento di: Andrea Martocchia
Città: Bologna C.A.P.:
Sua Email:
Sito: http://www.gamadilavoce.it/lavoce/2010/gennaio/Madre/1.html
Università:
Suo Commento: In questo numero de La Voce del GAMADI ritengo importante presentare il saggio di una giovane comunista portoghese, esperta della filosofia materialista dialettica e dei suoi sviluppi novecenteschi – dalla elaborazione leniniana (Materialismo e empiriocriticismo) alle interpretazioni della fisica quantistica. Il saggio, che tratta di quest’ultimo, assai controverso aspetto, è stato recentemente tradotto in italiano dai compagni de La Città Futura, cui va dunque il merito di porre questi temi all’attenzione del pubblico italiano in un contesto che rimane purtroppo di profonda ignoranza e disinteresse su questi temi, anche negli ambienti marxisti, e di totale abbandono della impostazione scientifica materialista-dialettica. (AM)

Riportiamo un sunto dell’interessante saggio di una giovane comunista portoghese, Ana Pato, esperta della filosofia materialista dialettica e dei suoi sviluppi novecenteschi – dalla elaborazione leniniana (Materialismo e empiriocriticismo) alle interpretazioni della fisica quantistica, per sollecitare un vostro commento in merito.
Cosa c’è dell’idealismo nell’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica?
Sull’importanza del pensiero materialista dialettico nella scienza
Premesse
La scienza e la filosofia sono legate indissolubilmente. ...anche gli scienziati siano immersi in un dato sistema di rappresentazioni. Nella sua Dialettica della Natura Engels afferma che, la questione sta nel sapere se gli scienziati "vogliono essere dominati da una cattiva filosofia di moda o da una forma di pensare teorico che si basa sulla conoscenza della storia del pensiero e delle sue realizzazioni, e ancora nell’Antidühring afferma che "un’esatta rappresentazione dell’universo, della sua evoluzione, dello sviluppo dell’umanità e del riflesso di questa evoluzione nella mente degli uomini può pertanto essere ottenuta soltanto con i metodi della dialettica", si sottintende materialista.
Lenin poi afferma, in Materialismo ed Empiriocriticismo, che le correnti materialista e idealista si confrontano anche nella scienza e questo con particolare riferimento alla tendenza di alcuni fisici a interpretare in modo idealista i risultati di questo ramo delle scienze.
La meccanica quantistica è un campo della scienza dal quale emergono importanti problemi filosofici.
Penso che in questo dibattito, sotteso al confronto tra le differenti interpretazioni della meccanica quantistica, si trovi, al livello dei suoi fondamenti e presupposti, la lotta tra materialismo e idealismo.
Nel secolo scorso, lo sviluppo della fisica mostrò agli scienziati che la materia presentava un comportamento ondulatorio e corpuscolare, sia che si trattasse di radiazione elettromagnetica, sia che si trattasse di particelle.
Qui sta la difficoltà. Una procedura sperimentale rivelerebbe le caratteristiche ondulatorie e un’altra procedura sperimentale rivelerebbe le caratteristiche corpuscolari (ma mai simultaeamente): problema del cosiddetto dualismo onda-particella.
Per far fronte a questo dilemma, Bohr formula il cosiddetto principio di complementarità.
In proposito si può parlare di un’interpretazione di Copenaghen o di un’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica (quella di Bohr).
Rispondere alla domanda: "cosa c’è di idealista nell’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica?" significa collocare i problemi della meccanica quantistica a confronto con quella che Engels, nel suo Ludwig Feuerbach, designò come "la questione fondamentale della filosofia", e cioè la questione della relazione tra l’essere e il pensiero. Per i materialisti l’elemento originario è l’essere, mentre al contrario per gli idealisti è il pensiero.
Bohr istituisce come istanza originaria della conoscenza la correlazione tra oggetto e strumento di misura, oltre la quale non si può andare.
Contrariamente a quanto fino ad allora era possibile nella meccanica classica, nella meccanica quantistica - l’interazione tra lo strumento di misura e l’oggetto quantistico cessa di essere trascurabile.
Tuttavia, non cessa innegabilmente di stabilire come istanza originaria della conoscenza una correlazione che, in ultima analisi, dipende dal soggetto: l’esperimento.
Conclusione
Si tratta di conclusioni agnostiche sul piano epistemologico.
Ed è da notare come esse si leghino, sul piano ontologico, a concezioni segnate da un orientamento idealista.
Esempio di ciò è il collasso istantaneo della serie di onde: secondo l’interpretazione ortodossa, prima di una data misurazione il sistema è costituito da diverse onde di probabilità e, nel preciso momento in cui la misurazione è eseguita, tutte le onde di probabilità collassano istantaneamente in una sola; cioè, prima della misurazione tutti i possibili risultati esistono simultaneamente, di fatto, ed è la misurazione a determinare che la particella passi a mostrare un valore determinato di velocità o di posizione. Qui è la stessa esistenza del fenomeno che Bohr pone come dipendente dall’interazione con gli strumenti. Abbiamo quindi la realizzazione dell’esperimento, la pratica, come costitutiva del fenomeno stesso.
La non considerazione della contraddizione dialettica: la complementarità.
L’imposizione di limiti alla conoscenza
Sarebbe quindi necessario, nel dominio quantistico, rinunciare alle forme usuali di spiegazione.
Bohr assolutizza la contraddizione esistente tra onda e corpuscolo, trattando con essa in modo metafisico, impedendo così la sua negazione dialettica, il suo superamento.

La mia posizione è che l’idea della complementarità che sta alla base dell’interpretazione ortodossa si fondi sostanzialmente su una non-considerazione (o su una considerazione scorretta) della dialettica: è il venir meno di una di quelle linee di demarcazione rigide e fisse nella natura delle quali parlava Engels.
Si tratta di una di quelle "antitesi assolutamente inconciliabili" caratteristiche del pensiero metafisico.
Accade che la realtà è essa stessa contraddittoria e le sue contraddizioni si traspongono nella teoria che pretenda di essere un riflesso adeguato della realtà oggettiva.
Bohr afferma che tutto ciò che possiamo conoscere dei fenomeni quantistici è l’impressione che lasciano su una lastra fotografica. Quel che ciò presuppone è la separazione di principio tra essenza e fenomeno.
Bohr, avendo ridotto l’ente quantico alla sua manifestazione fenomenica, lo presenta allora come una somma di elementi isolati disgiunti dalla totalità in cui si inseriscono.
È anche l’unità dell’ente quantico che risulta non poter essere riflessa dalla teoria.
La rinuncia alla causalità
La questione della causalità, come Lenin sottolineò, ha un’importanza molto particolare per la definizione di una linea filosofica.
Bohr in definitiva serba un certo grado di indeterminismo per gli eventi quantistici, negando la causalità
e la sua universalità, schierandosi dalla parte delle posizioni tipicamente agnostiche e idealistiche.
Il valore della teoria di Bohr e lo svuotamento dell’oggettività
Bohr fa riferimento varie volte all’importanza dell’oggettività nella scienza. Ma la "oggettività" di Bohr non è oggettiva. È una "oggettività" fondata a livello del linguaggio. Essa è essenzialmente un problema di comunicazione.
A rigor di termini, è la realtà oggettiva, quella che esiste indipendentemente dal soggetto, a non trovare posto.
La negazione della possibilità della verità oggettiva
Lenin definisce la verità oggettiva come il contenuto delle rappresentazioni umane che non dipende dal soggetto. La verità oggettiva significa l’esistenza degli oggetti (vale a dire l’esistenza indipendente dalla nostra coscienza) riflessi veracemente dal pensiero.
Bohr, non prendendo in considerazione irrevocabilmente la materia come il dato primario della conoscenza, finisce per definire la scienza come lo sviluppo di "metodi per ordinare l’esperienza comune" (esattamente come gli empiriocriticisti che Lenin confutava). La teoria scientifica passa a essere una forma per ordinare fenomeni.
Ma, come ben dimostrò Lenin, si sottrae alla scienza il suo fondamento oggettivo se si nega la possibilità che essa sia un riflesso di una realtà oggettiva che non dipende dall’uomo né dall’umanità, insomma, se si nega la verità oggettiva; ne consegue che la scienza non si distingua da altre forme di conoscenza, come per esempio la religione, perché non vi è alcun dubbio che le dottrine religiose siano anche forme di organizzazione dell’esperienza umana comune.
La smaterializzazione della teoria quantistica
Lenin sottolineò come una causa dell’idealismo fisico o "scomparsa della materia", cioè un tentativo di concepire il movimento senza materia, sia di eliminare la materia dalle equazioni concependo queste ultime solo come mere relazioni formali.
L’interpretazione bohriana della meccanica quantistica procede anch’essa a tale smaterializzazione. Le onde di probabilità di Bohr sono un modo di concepire il movimento senza la materia. La concezione di Bohr a proposito del formalismo quantistico, come "schema puramente simbolico", ha come conseguenza che restino solo le relazioni formali e trova elementi corrispondenti con la "teoria dei simboli" criticata da Lenin: soffre dello stesso convenzionalismo.
In realtà la scienza, come dice Marx, "sarebbe superflua se la forma di apparenza e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente". Pertanto, la scienza deve cercare, come una condizione di scientificità, la connessione interna dei fenomeni e non soltanto una loro descrizione o coordinazione.
Non si tratta di una condizione imposta o creata da una coscienza ordinatrice, ma di cercare di riflettere l’essere, il quale si dà nella sua unità, nel suo movimento reale, oggettivo con le sue contraddizioni.
Non farlo significa negare la possibilità di riflettere la stessa realtà oggettiva nella teoria scientifica, e così è la più fondamentale esigenza di scientificità a non essere soddisfatta.


Il testo originale si trova in https://www.lacittafutura.it/cultura/idealismo-vs-materialismo-nella-fisica-quantistica.html




Data: 25/05/2017
Commento di: Vincenzo Brandi
Città: ROMA C.A.P.:
Sua Email:
Sito: http://www.gamadilavoce.it/lavoce/2010/gennaio/Madre/1.html
Università:
Suo Commento:

Fisici quantistici "ortodossi" e filosofia della scienza: un ottimo articolo di una giovane ricercatrice portoghese ed il dibattito che ne segue nel Forum della "Voce di GAMADI".

Un ottimo articolo del 15 aprile scorso di una giovane ricercatrice portoghese, Ana Pato, che si può leggere per intero in https://lacittafutura.it/cultura/idealismo-vs-materialismo-nella-fisica-quantistica.html (e che consiglio a tutte le persone interessate ai problemi della filosofia della scienza di leggere), ha innescato un interessante dibattito nel Forum che l’amico Roberto Gessi ha aperto sulla rivista "La Voce di GAMADI" (vedi http://www.gamadilavoce.it/scienza/forum.html ).
Un primo articolo in data 22 aprile dell’astrofisico Andrea Martocchia (membro storico del gruppo GAMADI) riassume in modo efficace e sintetico i termini del problema, e cioè quali siano gli elementi "idealistici" contenuti nell’interpretazione cosiddetta "ortodossa" della fisica quantistica e quali critiche possano farsi a questa posizione, anche alla luce di classici del pensiero "materialista dialettico" come "Materialismo ed Empiriocriticismo" di Lenin e "Dialettica della Natura" ed "Antiduhring"di Engels.
Come responsabile della sezione scientifica della rivista e curatore di un rubrica, necessariamente di carattere schematico e divulgativo, che tratta della scienza e della filosofia della scienza dai primi filosofi greci della natura fino alla fisica contemporanea (giunta per ora all’Illuminismo settecentesco), non potevo esimermi da un sintetico commento.

Nascita della fisica quantistica:

Senza ripetere le intelligenti considerazioni di Ana Pato ed Andrea Martocchia, con le quali largamente concordo, vorrei partire da un punto di vista leggermente diverso, riassumendo la nascita e la storia della fisica quantistica, che ci dà delle preziose indicazioni.
Questa affascinante branca della fisica, che tenta di investigare sulla struttura microscopica della materia per comprendere le leggi dell’universo, non è stata creata da quelli che poi divennero i fisici quantistici "ortodossi" , come il danese Niels Bohr ed il tedesco Werner Heisenberg, riuniti nella cosiddetta "scuola di Copenaghen" dominata dalla figura del grande fisico danese.
Il primo ad introdurre il concetto di "quanto" nell’anno 1900 fu in realtà il grande fisico tedesco Max Planck che, studiando le emissioni energetiche del cosiddetto "corpo nero", si era accorto che per far tornare i calcoli doveva supporre che l’energia fosse scambiata per minime quantità discrete (ovvero dei veri e propri atomi di energia) che egli chiamò "quanti". Ogni ’quanto’ era proporzionale alla frequenza della radiazione corrispondente secondo una costante universale, nota come ’Costante di Planck’.
Cinque anni dopo un giovane e sconosciuto fisico tedesco trasferitosi in Svizzera, Albert Einstein, in una memoria riguardante l’effetto fotoelettrico, ovvero la capacità delle onde luminose di adeguata frequenza (che comprendono anche le radiazioni luminose visibili) di estrarre gli elettroni dai metalli, spiegò che in quel caso i quanti erano dei veri atomi energetici di energia luminosa che il grande fisico ribattezzò "fotoni" (dalla parola greca antica "fos" che significa "luce") che agivano sulla materia come dei piccoli proiettili. Per questo studio (e non per la teoria della relatività !) Einstein vinse il premio Nobel.
Planck ed Einstein devono quindi essere considerati i veri fondatori della fisica quantistica, contro cui si schierò inizialmente Bohr, salvo poi a divenirne il massimo interprete con la sua interpretazione "ortodossa" (ancora oggi di moda e generalmente accettata dai fisici). Einstein, insieme ad altri fisici di prima grandezza, contestò a lungo l’interpretazione di Bohr-Heisenberg, come ci ripromettiamo di illustrare in seguito.
Lo scontro diretto tra Einstein e Bohr è stato illustrato in modo romanzato, ma preciso, in un libro di fantasia scritto dalla fisica e scrittrice Gabriela Greison ("L’incredibile cena dei fisici quantistici", ed. Salani) in cui si ricorda la famosa cena di gala dell’ottobre del 1927 seguita al famoso convegno Solvay di Bruxelles in cui si confrontarono i 27 fisici più famosi dell’epoca (tra cui 17 premi Nobel).

Il dilemma onda-particella:

Nel 1924 un’ardita teoria fu esposta in una tesi di laurea di un brillante fisico francese, Louis De Broglie, secondo cui la materia si presenta contemporaneamente sotto forma di particelle e di onde. Questa teoria era certamente in accordo con lo studio di Einstein che aveva dimostrato che la luce si presenta contemporaneamente come onda e come particella energetica (fotone), ma estendeva questa teoria a tutta la materia.
La validità della teoria di De Broglie è incontestabile ed è dimostrata dall’esperienza della "doppia fenditura", considerata in genere come l’esperienza fondamentale della fisica quantistica (vedi ad es. il libro di divulgazione scientifica del fisico statunitense Feynman, "sei pezzi facili", ed. Adelphi).
Questa esperienza era stata attuata già all’inizio del 1800 dal fisico e medico inglese Thomas Young per dimostrare che la luce era un’onda. Se si fa passare attraverso due piccole fenditure un fascio di luce, che così si divide in due, su un secondo schermo si formeranno delle tipiche "figure di interferenza" che si formano solo nel caso che il fascio di luce sia un’onda e si sia diviso in due onde.
Se si ripete la stessa esperienza con un fascio di elettroni, si hanno le stesse figure di interferenza, fatto che dimostra che gli elettroni si comportano come onde. Ma se si tenta di registrare l’arrivo degli elettroni con un contatore Geiger o si illuminano le traiettorie per individuarle, gli elettroni non danno più il fenomeno di interferenza e si comportano come particelle.
L’interpretazione di Bohr e dei suoi seguaci è che il verificarsi del fenomeno, nel mondo microscopico in cui la misura interferisce in modo significativo con la realtà, è dovuto all’azione dell’osservatore-sperimentatore. Ogni tipo di esperienza ci dà una risposta diversa (ad es. o registriamo un’onda, o registriamo una particella). Nulla si può dire, né è opportuno dire, su cosa accade all’interno della materia esaminata. Abbiamo solo una serie di risposte diverse, determinate dall’azione dello sperimentatore-osservatore, tra loro "complementari" ma non sovrapponibili o confluenti in una sintesi unitaria ("principio di complementarità").
Con una serie di forzature filosofiche la realtà oggettiva diventa quindi qualcosa di evanescente su cui non si può dire nulla. Conta solo il fenomeno registrato.
Questo principio ha in realtà numerosi antecedenti filosofici: ad es. la filosofia settecentesca del vescovo Berkeley (già esaminato nella rubrica scientifica della Voce) che, partendo da una filosofia empirista radicale, sfociava nell’idealismo. Il vescovo sosteneva che il mondo era immateriale e che la realtà era formata solo dalle nostre sensazioni.
Più recentemente (fine ’800, inizio ’900) si può citare il pensiero "empirio-criticista" del fisico e filosofo viennese Ernst Mach, che sosteneva che una legge fisica è solo un modo di riordinare e sintetizzare i risultati delle nostre esperienze, e che nulla è lecito dire su una presunta realtà oggettiva esterna a noi.

Il principio di indeterminazione:

La posizione di Bohr era rafforzata dal principio di indeterminazione elaborato nel 1927 da un giovane e brillante fisico tedesco, Werner Heisenberg, secondo cui è impossibile nella fisica microscopica determinare con precisione contemporaneamente la quantità di moto e la posizione di una particella.
I fisici della "scuola di Copenaghen" ne derivavano l’impossibilità di determinare le reali leggi di comportamento delle onde-particelle elementari. Di qui il passo è breve verso una posizione, non solo agnostica, ma addirittura anti-deterministica. Di qui provengono una serie di affermazioni dei fisici quantistici "ortodossi" tese a sostenere che ciò che succede nel mondo subatomico è "casuale" e che il rigoroso principio di causa-effetto va sostituito da un principio di semplice interralazione tra fenomeni.
Posizioni simili erano sostenute anche nell’antichità. Abbiamo ricordato nei primi numeri della rubrica scientifica della Voce, che mentre all’atomista Democrito viene attribuita la bellissima frase di stampo determinista: "nulla avviene nell’universo che non abbia una causa ed una ragione", l’allievo di un suo allievo, il filosofo Epicuro, pur adottando la fisica atomistica, sosteneva che gli atomi potevano subire delle deviazioni arbitrarie ed ingiustificate (in latino: "clinamen").
La stretta collaborazione tra Bohr ed Heisenberg durò fino alla seconda guerra mondiale, quando Heisenberg, nominato da Hitler responsabile del programma atomico del Reich, si recò in Danimarca, che era sotto occupazione nazista, a chiedere l’aiuto di Bohr, che lo mise alla porta.
Einstein, che era determinista, coniò - in polemica con Bohr - la notissima frase: "Dio non gioca a dadi", ovvero la natura procede per leggi precise ed individuabili anche con "esperimenti mentali" mediante i quali dalle cause si possono prevedere gli effetti e dagli effetti previsti risalire alle cause.
Einstein dichiarò anche che, se il comportamento microscopico della materia fosse stato casuale, allora egli, piuttosto che fare il fisico, avrebbe preferito fare il croupier.
Ricordiamo che tutti i grandi scienziati sono stati in genere deterministi, materialisti ed indagatori della realtà "oggettiva" data per scontata (vedi Galilei, Newton, Lavoisier, Laplace, Dalton, Faraday, Maxwell, fino al povero Boltzmann che all’inizio del ’900 si suicidò, anche per gli attacchi continui mossigli dagli ambienti empirio-criticisti).

L’equazione di Schrodinger:

La polemica tra i due schieramenti quantistici conobbe un nuovo capitolo quando un brillante fisico viennese, Erwin Schrodinger, entusiasta della teoria delle onde/particelle di De Broglie, elaborò una notissima equazione, basata sul comportamento ondulatorio dell’elettrone, che in modo semplice ed elegante descrive il comportamento dell’onda/particella.
La cosa suscitò la rabbia di Heisenberg che aveva elaborato un complicato sistema basato su delle matrici matematiche per ottenere gli stessi risultati.
L’equazione di Schrodinger fu però utilizzata a modo loro dai seguaci di Bohr, in particolare per intervento di Max Born, massimo esponente della scuola matematico-fisica di Gottinga in Germania, interpretando le onde espresse con l’equazione come "onde di probabilità", ovvero onde indicanti la probabilità che una certa percentuale della particella fosse presente in un punto. Schrodinger non era d’accordo, e nemmeno lo stesso De Broglie che interpretava le onde come onde materiali, e non esprimenti probabilità statistiche. I due grandi fisici (entrambi premi Nobel) erano schierati sostanzialmente dalla parte di Einstein.
Secondo gli ortodossi ogni onda rappresentava un certo stato ed una certa posizione dell’elettrone. Solo l’intervento dello sperimentatore-osservatore avrebbe determinato il "crollo delle onde di probabilità" e l’assunzione di uno stato finale da parte dell’elettrone misurabile sperimentalmente.

Il gatto di Schrodinger:

In seguito, nel 1935, per prendere in giro il modo di ragionare degli "ortodossi", Schrodinger, che era spiritoso come Einstein, elaborò il famoso paradosso del gatto. Supponendo che un gatto fosse chiuso in una scatola chiusa ermeticamente contenente un meccanismo mortale azionabile da un elettrone proveniente dalla decadenza di un atomo (evento che avrebbe potuto verificarsi o non verificarsi), si sarebbe determinata la morte del gatto se la decadenza fosse avvenuta o la permanenza in vita del gatto se la decadenza non fosse avvenuta. Secondo gli ortodossi invece il gatto sarebbe stato contemporaneamente vivo e morto e solo l’osservatore-sperimentatore, aprendo la scatola, avrebbe determinato la vita o la morte del gatto.
Naturalmente Bohr rispose con intelligenza facendo notare che Schroedinger aveva arbitrariamente mischiato fenomeni microscopici (decadenza dell’atomo) e macroscopici (vita e morte del gatto) e si innescò un dibattito che sarebbe troppo lungo descrivere. Dopo la seconda guerra mondiale, Bohr fu invitato a Mosca dai valenti fisici sovietici che contestarono cortesemente gli aspetti idealistici delle sue impostazioni. Si dice che Bohr ne sia rimasto piuttosto colpito.
Da parte sua il quantista "ortodosso" statunitense Richard Feynman, premio Nobel per i suoi studi sull’elettrodinamica quantistica (Q.E.D.), coniò il motto: "zitto e calcola", che significa che non si devono fare ipotesi sul comportamento oggettivo della materia a livello microscopico, ma solo effettuare calcoli su equazioni formali che portano comunque a risultati in buon accordo con i dati sperimentali (da cui l’indubbio successo della fisica quantistica e l’apparente momentanea "sconfitta" ed isolamento di Einstein).

La posizione dei materialisti dialettici:

Negli interventi di Ana Neto e di A. Martocchia è stata giustamente ricordata la polemica di Lenin contro la filosofia di Mach ("Materialismo ed Empiriocriticismo"). Lenin rivendicava la validità di una filosofia materialista, basata sullo studio di un mondo reale "oggettivo", che desse senso ad uno studio scientifico della realtà fenomenica e superasse le pulsioni idealiste.
E’ stato ricordato che anche Marx ha espresso concetti simili estendendo l’indagine scientifica anche al mondo reale della società umana.
In precedenza Engels, in particolare nella "Dialettica della natura", aveva messo in guardia gli scienziati dal pericolo di non dotarsi di una robusta filosofia di base (che per lui ovviamente consisteva nel "materialismo dialettico"), ironizzando su quegli scienziati che - come il famoso "borghese gentiluomo" di Moliere che faceva della "prosa" senza saperlo - facevano della cattiva filosofia alla moda senza saperlo.
Engels invitava anche gli scienziati ad un continuo approfondimento della conoscenza della realtà oggettiva, visto come un processo senza fine, data l’estrema complessità del reale, ma che portava ugualmente l’umanità a compiere una serie infinita di approfondimenti ed aggiustamenti delle teorie scientifiche precedenti.
Il grande pensatore tedesco non aveva dubbi sul fatto che la conoscenza maturata attraverso l’esperienza fosse il "riflesso" nella nostra mente di un mondo oggettivo, indipendente dalla nostra esistenza.
Il termine "dialettico" viene usato da Engels a proposito del mondo naturale per sottolineare alcuni principi che si verificano concretamente in natura determinandone l’evoluzione fatta a salti, come l’accumulo di quantità che diviene "qualità" (potrebbe pensarsi ad un passaggio di stato della materia provocato da un aumento progressivo della temperatura e che scatta in corrispondenza di una soglia precisa, oppure l’aumento progressivo della frequenza di una radiazione che, raggiunto un valore preciso, provoca un fenomeno del tutto nuovo come l’emissione di elettroni nell’effetto fotoelettrico). Un altro principio dialettico è il verificarsi della presenza di stati di segno opposto (come ad es. nel caso del binomio onda-particella) che i quantisti ortodossi risolvono solo con l’immaginare due esperienze diverse che provocano la separazione dei due principi indotta dall’intervento dell’osservatore-sperimentatore, ma che non danno conto della sintesi in natura dei due principi.
Non è forse casuale che il manoscritto di Engels sulla "Dialettica della Natura", tenuto per decine di anni in un cassetto dal socialista moderato Bernstein, sia stato pubblicato solo nella prima metà del ’900 dopo un parere favorevole sulla sua pubblicazione dato da Einstein, che era di simpatie socialiste.
Come mia posizione personale raccomanderei a tutti gli amici "materialisti dialettici" di non far diventare la filosofia di Engels una nuova forma di dogmatismo, ma applicarla concretamente, tenendo conto dei grandi risultati degli scienziati "classici" (come Galilei, Newton, Darwin, Einstein), dai filosofi materialisti, come Democrito o Hobbes (non mi piace l’espressione "materialismo volgare"), ed anche di ciò che di meglio sia ricavabile dalla grande scuola empirista di Locke, Hume, Condillac, scartandone gli esiti più paradossali che ci riportano a forme di idealismo.
Solo così il "materialismo dialettico" rimarrà una filosofia viva, depurata da ogni residuo idealistico di hegeliana memoria. Roma 24.5.2017, Vincenzo Brandi